Resto qua
e la miseria sa cosè l'amor
Natale è già passato
e non sono ritornato
lambrette e motorette
spernacchiano l'oscurità
...
"Nessuno ti ricorderà per i tuoi slanci repressi, per le parole mai dette, per i tuoi pensieri inespressi. Chiedi a Dio la capacità di saperli esprimere e la saggezza dI offrirli in tempo a coloro che sono la tua vita." G.G.MARQUEZ

Renè Magritte: Gli Amanti 1928 Olio su Tela New York Richard S. Zeisler Collection
Leggo su Facebook che “chi ama non lascia andare via” e, in ottemperanza alla girandola dei ritorni di fiamma, mi vengono in mente due titoli straordinari per fondare altrettanti gruppi di ritorno.
Nella foto sopra: Cimetidina, antagonista recettori H2.




Una mattina come tante, accadde.
Era una domenica di pioggia battente,con tuoni e scrosci, perciò immaginammo che ben pochi sarebbero venuti a visitare il chiostro. Ma fra Galdino volle ugualmente apparecchiare il tavolo espositivo e frate Cicero si preparò a eventuali visite.
Una nebbia sottile e triste avvolgeva il giardino, e ne smorzava i rumori.
Nessuno venne fino alle undici, e stavamo già per chiudere il portone, quando lei entrò.
Poteva avere vent'anni. I capelli scuri e lunghissimi, bagnati di pioggia, le ricadevano sul volto, ma non potevano coprirne la luce, l'incanto dell'ovale, degli occhi chiari e stanchi, la bocca socchiusa, ansante per la recente corsa. Una piccola cicatrice le attraversava la guancia, la carezza di un dio innamorato e maldestro. Un grosso zaino sulle spalle indicava che stava viaggiando. Era snella, e camminava dritta, come andasse all'altare.
Anche fra Galdisio e frate Cicero si accorsero della sua bellezza,e sorrisero timidi e affascinati.
Io no. Senza rendermi conto del perchè, tremai.
Lei entrò nel percorso del chiostro, dal primo lato a est, dove splendeva la luce di una lanterna rimasta accesa. Camminava piano, appariva e scompariva tra le colonne,seguita da un passero saltellante. Quando guardava in alto, il collo ed il mento, erano più bianchi del colonnato e una mano, scostava i capelli dal volto. Immaginai che quella mano fosse la mia.
Un tuono più forte degli altri percosse l'aria, lei si avvicinò, non fuggii.
Avevo sempre pensato che l'incanto della donna fosse chiuso nello scrigno delle poesie, e nel sortilegio dei quadri. Che niente potesse essere bello come le nobildonne e i quadri dipinti di donne trasfigurate dalla passione dell'arte e la passione di Dio.
Avevo creduto che il turbamento provato in giovinezza per qualche donna, fosse solo il riflesso di quella bellezza inventata e sospesa.
Ma lei era lì, e si avvicinava, vera e terribile, con gli occhi accesi dalla curiosità.
Venne proprio verso di me, e io non potevo muovermi, nè distogliere gli occhi. Tremavo al ritmo della pioggia e dei suoi passi.
E nuovamente lei con una mano si spostò i capelli, e i suoi occhi erano color miele, il miele delle api.
Era venuta da lontano.
Ciò che avevo aspettato da sempre. Il punto del vento, delle api, degli steli.
Ora le stelle erano cadute.
Lei era tutto ciò a cui il mio silenzio era dedicato. Le parole, la grammatica, il libro, le nuvole dell'attesa, il tuono dell'attesa.
Supra nos silentium siderum.



terza parte del concerto: due canzoni nuovamente sul palco principale
Viva la Vida
Lost!
Lo show riprende poi con
Politik
Lovers in Japan (con cascata di farfalle dal cielo)
Death and All His Friends
E infine all’ultimo c’è ancora spazio per un grande successo:
Yellow.
Take the time to make some sense
Of what you want to say
And cast your words away upon the waves
Sail them home with acquiesce
On a ship of hope today
And as they land upon the shore
Tell them not to fear no more
Say it loud and sing it proud
Today...



Pioggia d'estate

“L’uomo, ogni singolo uomo, è solo. Nessuno lo può aiutare. I legami di sangue sono svaniti, le amicizie non sussistono. Dio, in un momento tale, non esiste. O è molto lontano.
Questa frase riassume l’intero orrore dei campi di sterminio, di tutti i campi di sterminio della storia dell’umanità, non solo quelli nazisti.
Questa frase è il momento della scelta: trovare se stessi, saggiare la base del proprio essere, oppure annegare nell’oblio. Nessuno di noi può sapere quale potrebbe essere la sua scelta, in tali condizioni: per chi non è parte in causa, è molto facile schierarsi.
Non si tratta di coraggio, di orgoglio, di rabbia; nulla di tutto ciò. Si tratta di trovarsi faccia a faccia con il proprio io, nudi, sospesi nel nulla; si tratta di urlare la propria umanità, più forte, o meno, dipende da sé, di tutta la disumanità di una massa numerosa, urlante, forte della violenza. Si tratta di annichilire in un solo momento tutti coloro i quali credono di poter distruggere altro che il corpo dei propri avversari. Si tratta di rendere impotente chi crede di essere il più forte, senza sfiorarlo con un dito.
Se chi sta di fronte avesse ancora un barlume di lucidità, capirebbe; del resto, se avesse ancora un barlume di lucidità, non porterebbe la parte in causa fino ad un tale bivio.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Questa notte, ho portato a termine la lettura de "Il valzer degli addii" di Milan Kundera. Non è stata una lettura spedita come al solito, anche perchè ultimamente ho avuto un bel pò di cose da fare, tuttavia il romanzo, nel complesso, merita. Ci sarebbe molto da dire, eppure, come al solito, non lo farò; questo infatti vuole essere soltanto un invito alla lettura, che per chi conosce già Kundera, potrebbe altresì risultare ridondante. Perchè dovrei raccontarvi il contenuto? "Parlare di musica è come ballare di architettura" diceva Frank Zappa; i libri quindi sono fatti per leggerli, e non per riassumerli. Buona lettura.
Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste
Hermann Hesse





Benjamin Pander
Riposano insieme in questa tomba Benjamin Pantier, avvocato,
e Nig, il suo cane, fedele compagno, conforto e amico.
Lungo la strada grigia, amici, figli, uomini e donne,
uscendo a uno a uno dalla vita, finirono per lasciarmi solo
con Nig come amico, compagno di letto e di bevute.
Nel mattino della vita conobbi l'ambizione e scorsi la fama.
Poi lei, che mi sopravvive, catturò la mia anima
con un laccio che mi dissanguò a morte,
e io, un tempo -risoluto, mi ritrovai finito, inerte,
a vivere con Nig nel retro d'uno squallido ufficio.
Sotto la mia mascella è accoccolato il naso scarnito di Nig -
la nostra storia si perde nel silenzio. Seguita, folle mondo!

"Notte che se ne va
dinto o rummore
'e chi fatica a sera
Notte astretta
pe' chi vvo' durmì
chiude l'uocchie
e nun riesce a capì"






Un giorno di settembre, il mese azzurro,
Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami.
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.
E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva Vostro Onore,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto la statura di Dio.
Dedicato a chi crede che per trovare o ritrovare se stessi, bisogna "viaggiare" un bel pò...
"Tutta quella città, non se ne vedeva la fine...per
cortesia, la fine, si potrebbe vedere la fine?!?!?
E il rumore..
Su quella maledettissima scaletta era tutto molto
bello..ed io ero grande nel mio cappotto cammello,
facevo un figurone, ed ero sicuro che sarei sceso,
garantito, non c'era problema...
Ma poi...primo gradino, secondo gradino, terzo
gradino...
Primo gradino, secondo gradino..
Non fu quello che vidi che mi fermò, fu quello che non
vidi...quello che non vidi...
Riesci a capirlo???.quello che non vidi...
La cercai.. la cercai ma non c'era, in tutta quella
sterminata città c'era tutto ma non c'era una fine.
Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La
fine del mondo...
Prova ad immaginare un pianoforte..:i tasti iniziano,
i tasti finiscono. Tu sai che sono 88 e su questo
nessuno può fregarti...Non sono infiniti loro, Tu sei
infinito e su quegli 88 tasti infinita è la musica che
puoi suonare..Questo a me piace, questo sì, si può
vivere..
Ma se salgo su quella scaletta e davanti a me si
srotola una tastiera con milioni di tasti, milioni e
miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la
verità, che non finiscono mai..beh, allora quella
tastiera è infinita..ma se quella tastiera è infinita
non c'è musica che puoi suonare...ti sei seduto sul
seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui
suona Dio..
Ma le vedevi le strade????.
Anche solo le strade, ce n'erano a migliaia...come
fate voi laggiù a sceglierne una???..
A scegliere una donna...
Una casa che sia la vostra, un paesaggio da guardare,
un modo di morire....
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove
finisce...o quanto ce n'è...
Ma non avete paura, voi altri, a finire in mille pezzi
solo a pensarla quell'enormità??..a viverla...
Io sono nato su questa nave..ed anche qui il mondo
passava, ma a non più di duemila persone per volta...E
di desideri ce n'erano, sì...ce n'erano ma non più di
quanto possano stare su di una nave fra una prua ed
una poppa...Suonavi la tua felicità su di una tastiera
che non era infinita..
Io ho imparato a vivere così...la terra, quella è una
nave troppo grande per me. E' un viaggio troppo
lungo.E' una donna troppo bella.E' un profumo troppo
forte. E' una musica che non so suonare.
Perdonami amico ma io non scenderò da questa nave, non
scenderò..al massimo, posso scendere dalla mia
vita..."
| Le macchine le macchine sono troppo veloci per i gatti i gatti che vogliono attraversar per cercare un amore un amore che dall’altra parte della strada sta (si sa, bisogna rischiar) E i gatti i gatti sono troppo indipendenti per le donne le donne che li voglion carezzar per mimare un amore un amore quando proprio in giro non ce n’è (neanche a pagar) E se di notte mi vien voglia ti telefono dalle cabine in autostrada da qualche squallido bar sento i gettoni che cadono come battiti del mio cuore ingenuo a metà e tu rispondi annoiata scocciata addormentata alle tre di notte cos’altro potresti far e io ti chiedo sei sola e tu naturalmente ti incazzi vorresti dormire vorresti riattaccar e non capisci che... I telefoni i telefoni sono troppo scomodi per le zampe dei gatti dei gatti che voglion telefonar per chiamare un amore un amore che abita in un’altra città (chissà se un giorno tornerà) E la notte la notte ci sono troppe stelle troppe macchine e ai gatti viene voglia di sdraiarsi proprio in mezzo alla strada e guardare e aspettar che qualcuno gentile ti tocchi la spalla e dica il mondo è finito, signore se ne può andar E se di notte ti vien voglia mi telefoni dalla tua casa tranquilla o da un albergo sul mar sento gli squilli che mi svegliano come battiti del tuo cuore ingenuo a metà e ti rispondo scocciato annoiato addormentato alle tre di notte cos’altro potrei far e se mi chiedi se sono solo dico son solo sono solo solo solo come posso spiegar i gettoni son finiti signore è ora di andar ma perché non capite che... Le macchine... [ripete le prime due strofe] Stefano Benni. |


Rivedo il torrente asciutto del mio paese
con quelle pietre così bianche e così grandi
con quelle colline così scarne
più del dolore odiato dagli uomini,
e quelle canne una qua una là
sotto i ponti diruti
sorpresi dalla luna che sbucava da un crepaccio,
cuore della terra divenuta cadavere.
Oh, morire al canto dei grilli in una sera d’estate
Impercettibile filo di luna
fra le colline azzurre del mio paese.
Albino Pierro.




Voglio che sappia
una cosa.
Tu sai com'è questo:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l'impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m'attendono.
Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d'amarti a poco a poco.
Se d'improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi alla riva
del cuore in cui affondo le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell'ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.
Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne n‚ si oblia,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscir dalle mie.

Se un giorno il tuo cuore si ferma,
se qualcosa smette di bruciare per le tue vene,
se la voce dalla bocca ti esce senza divenire
parola,
se le tue mani si scordano di volare e
s’addormentano,
Matilde, amore, lascia le tue labbra socchiuse
perché quel tuo ultimo bacio deve durare con me,
deve restare immobile per sempre sulla tua bocca
perché così accompagni anche me nella mia
morte.
Morirò baciando la tua folle bocca fredda,
abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo,
e cercando la luce dei tuoi occhi serrati.
E così quando la terra riceverà il nostro abbraccio
andremo confusi in una sola morte
a vivere per sempre l’eternità di un bacio.